Chi sono

CIAO, IO SONO ADELE, ma alcune persone mi chiamano IAIA

Adele Audisio

Quando ero bambina, il mio passatempo preferito era sfogliare le foto dello scatolone dove finivano tutti gli scatti sviluppati dai rullini di mio papà. Viaggi, natali in famiglia e domeniche con amici in giardino. Mio papà amava fotografare i momenti semplici e spontanei, e con la mia prima macchina fotografica, a 8 anni, ho cominciato a fare lo stesso.

A 13 anni, insieme alla mia famiglia sono andata a vivere in Brasile ed è la che ho imparato a fotografare professionalmente e iniziato a trasformare la mia passione nella mia professione.

All'Universidade Federal da Bahia, mi sono laureata in Produzione in Comunicazione e Cultura e ho collaborato per molti anni con diverse fotografe e studi di fotografia. Una volta tornata in Italia, all'Università di Torino, ho perfezionato i miei studi frequentando il Master di I Livello in Progettazione della Comunicazione Digitale e ho lavorato come Digital Marketing Specialist in una Web Agency.

Nel 2022/2023 mi sono dedicata ad ottimizzare le mie tecniche e conoscenze sui linguaggi della fotografia contemporanea frequentando un corso di Formazione Continua in Fotografia presso lo IED (Istituto Europeo di Design).

Oggi unisco la passione e spensieratezza trasmesse da papà e gli studi di Comunicazione e Marketing nel mio piccolo home studio ad Asti. Fotografo progetti di persone che amano come me quello che fanno, famiglie che come la mia scelgono di avere ritratti di momenti speciali e continuo a studiare il mondo e le tecniche della fotografia, per offrire i migliori risultati possibili.

Slow Photography: il mio manifesto

La slow photography nasce da una scelta.
Non quella di fare meglio o di fare di più, ma di fare più lentamente in un contesto che spinge alla velocità, alla visibilità immediata, alla produzione continua di immagini.
Non è una tecnica né uno stile riconoscibile.
È un modo di stare nella fotografia e nel mondo.
Rallentare non è una nostalgia, ma una forma di consapevolezza.
Significa riconoscere che il tempo non è neutro e che il modo in cui fotografiamo riflette il modo in cui viviamo.
La slow photography rivendica il diritto all’attesa, al ritorno, alla ripetizione.
Accetta che non tutto accada subito e che non tutto debba accadere.
In un’epoca di sovrapproduzione visiva, la slow photography non aggiunge urgenza.
Si interroga sul bisogno stesso di produrre immagini.
Non ogni esperienza deve diventare fotografia.
Non ogni fotografia deve diventare visibile.
La scelta di non scattare, di non mostrare, di rimandare, è parte integrante del processo.
Il luogo non è uno sfondo, le persone non sono soggetti da consumare, l’immagine non è un trofeo.
Fotografare significa entrare in relazione, accettando il tempo e i limiti che ogni relazione comporta.
L’autore si decentra: osserva, ascolta, resta.
La slow photography non si oppone frontalmente, ma si sottrae.
Sottrae velocità, aspettative, rumore.
Non promette risultati immediati.
Non cerca consenso rapido.
Non chiede di essere compresa subito.
La slow photography è una pratica di attenzione in un sistema che premia la distrazione.
È una scelta quotidiana, fragile.
Rallentare, qui, non è un gesto radicale.
È semplicemente un modo diverso di esserci.

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Troveremo insieme il miglior modo di ritrattarla.

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